«Tra le popolazioni barbare e le civili non ci sono abissi ma trapassi: in questi trapassi è l`essenza del folklore, che diventa scienza quando si integra con l`etnologia». Prima che uno statuto disciplinare riuscisse a catturare l`«indole» del folklore, ed etnologi e folkloristi insigni come Giuseppe Cocchiara perimetrassero l`oggetto dei loro studi, dirimendone le combattute relazioni con mitologia, storia delle religioni, letteratura e filologia, dovettero trascorrere secoli di travaglio di pensiero e ricerche. Irriducibile all`esotico o al pittoresco di maniera, il grande alveo delle tradizioni popolari - fiabe, leggende, proverbi, canti, ma anche costumi, usi, credenze - cominciò a svelare il segreto del suo «continuo morire per un eterno rivivere», ossia della sua perenne rielaborazione, quando l`Europa acquisì consapevolezza storico-critica di se stessa nel confronto sconvolgente con il Nuovo Mondo appena scoperto. Da allora, l`identità culturale europea si cimentò con quanto «di più intimo» potesse racchiudere, ossia il «primitivo a casa propria». Cocchiara risale instancabilmente lungo le infinite diramazioni che da Montaigne arrivano a Tylor, da Vico a Frazer, dai romantici a Pitrè. Accorpa, distingue, illumina genealogie, e soprattutto mette in rapporto la riflessione sul folklore con le correnti filosofiche, scientifiche e letterarie che si sono susseguite. Un lavoro immane, riconosciuto da autorità della statura di Propp ed Eliade e divenuto fin da subito un classico, un`opera che nel Novecento non ha uguali negli studi sul folklore.
Anonimo -